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I 10 mondi, o 10 condizioni vitali,sono un principio assolutamente basilare del Buddismo che insegna che ogni individuo possiede 10 fondamentali stati interiori dell'essere,sperimentati da chiunque di momento in momento.Nel Buddismo si insegna che la mente di ognuno fluttua ottocentoquaranta milioni di volte al giorno.La vita è quindi in un costante stato di flusso. I primi sei stati che vanno dall’Inferno al Paradiso sono definiti i sei sentieri o i sei mondi inferiori. Hanno in comune il fatto che la loro comparsa o scomparsa è legata alle circostanze esterne. Prendiamo il caso di un uomo ossessionato dal desiderio di trovare qualcuno che lo ami (Avidità). Quando alla fine incontra davvero questa persona, si sente in estasi e realizzato (Paradiso). Con il passare del tempo, compaiono sulla scena dei rivali e lui è attanagliato dalla gelosia (Collera). Alla fine il suo senso del possesso allontana da lui la persona amata. Distrutto dalla disperazione (Inferno), sente che la vita ha perso ogni valore. In questo caso, per qualche tempo si passa da uno all’altro di questi sei sentieri senza neanche rendersi conto di essere dominati dalle proprie reazioni all’ambiente. Qualunque felicità o soddisfazione ottenuta in questi stati dipende totalmente dalle circostanze ed è quindi effimera e soggetta al mutamento;passiamo quindi ad analizzarli da vicino.
L’Inferno Per il Buddismo il mondo d’Inferno indica uno stato vitale debole, completamente condizionato dall’ambiente, nel quale non si ha la forza di reagire per uscirne. Il termine Inferno deriva dalla parola sanscrita naraka, che letteralmente indica una prigione sotterranea. Il nome giapponese (jigoku) è composto da due caratteri che significano “terra” e “prigione”. Terra indica il luogo più in basso di tutti, e prigione lo stato in cui l’essere è legato e totalmente immobilizzato: la condizione spirituale di una persona a cui è stata tolta la volontà di vivere e di agire, che non ha più la forza né la speranza di cambiare le cose. L’energia vitale che alimenta i desideri, gli istinti, le passioni, è quasi del tutto annientata. Nel Vero oggetto di culto Nichiren Daishonin scrive che «la rabbia è il mondo d’Inferno»,un rancore vuoto, sordo, che fa sì che si venga totalmente consumati da un senso di impotenza e frustrazione, intrappolati in emozioni che non trovano modo di esprimersi. Non riuscendo a sviluppare il coraggio di assumersi la responsabilità della propria infelicità, non si ha la forza di reagire per risolvere la situazione. Il tempo, nel mondo d’Inferno, sembra non passare mai. Quando la forza vitale si indebolisce, il flusso vitale quasi si interrompe e lo scorrere del tempo appare lentissimo. I sutra dicono che nel mondo di Inferno la vita dura un astronomico numero di eoni. Scrive Daisaku Ikeda: «Anche se vi sono molte gradazioni del mondo d’Inferno, in generale è una condizione in cui il vivere stesso è penoso e tutto ciò che si vede serve solo a farci sentire ancor più infelici. In questo stato la forza vitale è debolissima, si approssima alla condizione di morte. Potremmo descrivere questa rabbia come il gemito della vita che ha esaurito ogni possibile risorsa». È questa la condizione interiore di chi pone fine volontariamente alla propria vita: quando lo spazio vitale si approssima allo zero, si può pensare che non vi sia altra alternativa che la morte. Cosa fare con chi sperimenta una condizione esistenziale così drammatica? «Ha bisogno – suggerisce Ikeda – di avere qualcuno vicino che ascolti ciò che ha da dire; qualcuno che gli offra anche una sola parola d’incoraggiamento. Può bastare questo per riaccendere la fiamma della vita nel cuore di chi sta agonizzando nella disperazione. Il solo sapere che c’è qualcuno a cui importa di lui o di lei produce un’espansione dello spazio vitale. Per quanto disperata appaia la situazione, se sentiamo che non siamo soli ma abbiamo un legame con gli altri e con il mondo, riusciremo sicuramente a risollevarci e a reagire».
L’Avidità o Fame (ND mondo degli spiriti ) “Fame” deriva dalla parola sanscrita preta che in origine significava “cadavere”, e col tempo il termine finì per essere usato per indicare un regno di infelicità, come l’Inferno e l’Animalità, in cui si può cadere dopo la morte. Preta significa anche “spirito ancestrale”; in India si credeva che molti spiriti degli antenati fossero affamati e avidi di cibo, per questo si cominciò a chiamare i morti “spiriti affamati”. Il Daishonin afferma che il mondo di Fame è caratterizzato dall’avidità. T’ien-t’ai affermò: «Questa condizione vitale è dominata dalla fame e dalla sete; per questo vengono chiamati spiriti affamati». È uno stato in cui si è tormentati da una fame che niente può soddisfare. Chi sperimenta questa condizione è schiavo dei desideri, non si gode la vita perché gli manca sempre qualcosa. Con la conseguenza di sentirsi perennemente insoddisfatto e frustrato. Potremmo definire l’Avidità come il desiderio di riempire a tutti i costi un senso di vuoto interiore: molte delle cosiddette sindromi della mancanza, come gli attacchi di bulimia, le crisi di astinenza, la possessività e la gelosia possono ricondursi a questo stato vitale. Rispetto al mondo d’Inferno, lo spazio vitale è leggermente più grande, anche se di poco. Non si è più in una condizione di totale schiavitù e disperazione ma si ha una ragione per cui vivere.
L’Animalità In origine il termine (giapponese chikusho) si riferiva alla condizione propria degli animali. Nel Vero oggetto di culto il Daishonin scrisse che «la stupidità è il mondo di Animalità». Chi si trova in questo stato vive istintivamente e superficialmente, e vede solo quello che ha davanti agli occhi. Nel Gosho Lettera da Sado Nichiren afferma: «I pesci vivono nello stagno e, poiché sono attaccati alla vita, deplorando la sua scarsa profondità scavano delle buche sul fondo per nascondersi; eppure, ingannati dall’esca, abboccano all’amo. Gli uccelli vivono sugli alberi e, temendo che l’albero sia troppo basso, si appollaiano sul ramo più alto; eppure, abbagliati dall’esca, si fanno prendere nella rete». “Stupido” è chi non usa la propria intelligenza e la propria coscienza, prerogative dell’essere umano; chi non si chiede mai il perché delle cose, chi non si assume la responsabilità delle proprie azioni. «Mi torna in mente – scrive Daisaku Ikeda nella Proposta di pace del 2003 – l’agghiacciante esempio di Adolf Eichmann, l’ex tenente colonnello delle SS che ebbe un ruolo di primo piano negli orrori dell’olocausto. […] Sebbene responsabile di aver organizzato atrocità inaudite, Eichmann affermava di aver semplicemente fatto il suo dovere come ingranaggio della macchina nazista, di aver soltanto eseguito degli ordini». Il mondo di Animalità segue la legge del più forte, la logica della guerra. «È nella natura delle bestie minacciare il debole e temere il forte» affermava Nichiren.L’esplosione di rabbia irrefrenabile, il raptus omicida, come pure la paura paralizzante, l’attacco di panico, possono tutte essere manifestazioni del mondo di Animalità. Se gli uomini hanno addomesticato e soggiogato a tal punto il mondo animale grazie all'intelligenza piuttosto che alla forza,è proprio perchè il comportamento istintivo è estremamente prevedibile.Vivere dominati dagli istinti significa essere facilmente manipolabili da altri.
La Collera (ND il mondo della guerra) A differenza degli esseri nei tre cattivi sentieri, totalmente alla mercé dell’ambiente, quelli nel mondo di Collera hanno un io che cerca di sottrarsi al dominio delle circostanze. Però quando le persone acquistano consapevolezza di sé spesso tendono a cadere preda del desiderio di superare gli altri. “Collera” (giapponese shura) deriva dal termine sanscrito asura, che designava in origine una categoria di divinità benevole divenute in seguito demoni litigiosi incessantemente in lotta con gli dèi. T’ien-t’ai ne fa una descrizione precisa nel Maka Shikan: «La persona nel regno di Ashura ha un irresistibile impulso a prevalere su chiunque altro. Come il falco, che vola alto nel cielo in cerca della preda, guarda in basso verso gli altri e rispetta soltanto se stesso. Mostra superficialmente una sorta di benevolenza, di rettitudine, di correttezza, di sapienza e di fede, e può anche mostrare una forma primitiva di integrità morale, ma dentro è un mostruoso Ashura» Nichiren dice che il mondo di Collera indica perversità. Caratteristiche di questo stato sono la presunzione e l’arroganza, prerogative di chi ha l’illusoria convinzione di essere migliore degli altri e usa tutta la sua energia per sostenere e promuovere questa immagine nascondendo i propri difetti, celando i propri sentimenti e non dicendo mai quello che pensa veramente. Una persona di questo tipo non desidera imparare dagli altri e non è capace di riflettere su se stessa – i due elementi che ci permettono di crescere come esseri umani. Negli Insegnamenti orali il Daishonin spiega che nascondere le proprie colpe e propagandare le proprie virtù è arroganza, mentre essere attaccati alle proprie opinioni e non ammettere la possibilità di essere in torto è presunzione. Chi è nel mondo di Collera ha un senso spropositato dell’io: «Un Ashura è alto 84.000 yojana e le acque dei quattro oceani non arrivano oltre le sue ginocchia». Ma quando la sua illusione di grandezza viene infranta dalla presenza di qualcuno veramente superiore, si fa piccolo piccolo: «Un uomo arrogante s’impaurisce incontrando un forte nemico, come l’arrogante Ashura che si rimpicciolì e si nascose in un fiore di loto del lago Munetchi quando fu rimproverato da Taishaku». L’invidia è un’altra caratteristica del mondo di Collera. Si prova invidia verso chi gode di una posizione più elevata o più fortunata di noi, ma questo sentimento non induce a cercare di migliorare la propria condizione, bensì a trascinare gli altri al proprio livello. L’invidioso ha sempre paura che la propria inferiorità venga messa in luce dalla presenza di una persona superiore a lui e, per difendersi, cerca di denigrarla evidenziandone i difetti. Scrive Ikeda: «Una mente arrogante è sempre inquieta, non riposa mai. Il Daishonin descrive così la visione distorta dei nemici del Sutra del Loto: “Quelli che non riconoscono i propri errori sono accecati dall’invidia [per il Daishonin], i loro occhi vedono tutto ruotare intorno a loro e hanno la sensazione che le montagne si muovano”». E ancora: «Il dramma della persona nel mondo di Collera è che vive costantemente nella paura che venga rivelata la sua vera natura. Chi non si preoccupa di proteggere se stesso, ma la Legge e le altre persone, ha un cuore di leone e non avrà mai paura».
L’Umanità Il mondo di Umanità è il primo passo verso la padronanza di sé che si ottiene pienamente nei mondi di Bodhisattva e Buddità. Il termine sanscrito per “essere umano” è manusya, che significa “essere pensante” o “colui che pensa”: l’intelletto e la ragione sono i tratti caratteristici dell’umanità. Nichiren Daishonin afferma: «Il saggio si può definire umano, ma gli sconsiderati non sono nient’altro che animali»,e T’ien-t’ai cita, fra le caratteristiche del mondo di Umanità, «la capacità di conoscere con largo anticipo i futuri effetti delle cause», che significa avere una buona comprensione della legge di causa ed effetto. La calma è il mondo di Umanità, scrive Nichiren, la tranquillità che deriva dalla pace della mente non più in balia delle emozioni dei quattro mondi precedenti. Ma per mantenere la pace della mente è necessario uno sforzo assiduo perché si può essere facilmente condizionati dalle influenze esterne: alla minima difficoltà, ci si deprime o ci si arrabbia. Scrive Ikeda: «Oggi, nell’Ultimo giorno della Legge, è ancor più difficile vivere un’esistenza veramente umana perché siamo circondati da molti influssi negativi. Per questo dobbiamo sforzarci continuamente nella nostra pratica buddista. Quando una trottola smette di girare, cade. È stabile soltanto finché ruota ad alta velocità. Non è l’esser nati umani che ci rende davvero tali, ma lo sforzo tenace che facciamo per vivere da esseri umani». Il mondo di Umanità è un trampolino di lancio, una possibilità. Solo se coltiviamo la Buddità riusciamo a manifestare pienamente il nostro potenziale umano. Nel Buddismo il corpo umano è chiamato “recipiente dei nobili sentieri” o “recipiente della Legge”, adatto cioè a svolgere la pratica buddista. Scrive Nichiren Daishonin: «Ora sono nato nel regno umano, cosa difficile da raggiungere, e ho avuto il privilegio di udire gli insegnamenti del Budda che raramente è dato di ascoltare. Se trascorro questa vita senza fare nulla, in quale esistenza potrò liberarmi dalle sofferenze di nascita e morte e raggiungere l’Illuminazione?».
Il Cielo In giapponese ten, spesso è chiamato anche mondo di Estasi perché vi si prova un senso gioioso di realizzazione e appagamento. Cielo è la traduzione del termine sanscrito deva, che significa divinità o regno in cui dimorano gli esseri celesti. In origine significava luminosità. Nell’antica India si riteneva che chi compiva buone azioni nella vita presente sarebbe rinato in cielo, e questo era il fine delle pratiche religiose. Il Buddismo invece ha sempre sostenuto che il paradiso o cielo non è un luogo fisico in cui si va dopo la morte, ma uno stato vitale da sperimentare. Nichiren Daishonin spiega che «la gioia è il mondo celeste», una gioia che deriva dalla soddisfazione di un desiderio, dalla realizzazione di uno scopo. «Il flusso vitale nello stato di Estasi è estremamente veloce – scrive Ikeda – e la sua influenza sul mondo esterno è molto grande. Il sé in questo stato percepisce che il tempo fisico passa a una velocità spaventosa. Quando siamo felici e la nostra vita è appagata, il tempo fisico sembra breve perché vi è compressa una grande quantità di tempo vitale. L’adempimento della vita in un singolo giorno nel mondo di Estasi può essere equivalente a quello di parecchie centinaia di anni nel mondo di Umanità». Il regno degli esseri celesti è costituito da ventotto cieli: i sei cieli del mondo del desiderio, i diciotto cieli del mondo della forma (un regno in cui, pur non essendo più schiavi del desiderio, si è ancora soggetti a limitazioni fisiche) e i quattro cieli del mondo della non-forma (un regno in cui si è ancora soggetti a limiti spirituali). La gioia che si prova è diversa a seconda del desiderio che viene soddisfatto, da quelli puramente materiali o legati istintivamente alla sopravvivenza (mondo del desiderio), ai desideri intellettuali, di bellezza, di elevarsi spiritualmente (mondi della forma e della non-forma). Alla sommità del mondo del desiderio siede il Demone del sesto cielo, il potere. Rappresenta la gioia che deriva dal controllo sugli altri e sull’ambiente, la soddisfazione che si prova appagando i desideri di autorità, di dominio o di possesso. Il carattere essenziale del Demone del sesto cielo è quello di privare gli altri della vita, spingendoli nell’angoscia dell’Inferno, per realizzare i propri fini. È l’egoismo allo stato puro, la qualità più “oscura” dell’essere umano. «Se questa qualità oscura si rafforza – scrive Ikeda – anche il sé intelligente e consapevole nel mondo di Umanità o Estasi si può trasformare in un essere egocentrico e presuntuoso». I sei stati che vanno dall’Inferno al Paradiso sono definiti i sei sentieri o i sei mondi inferiori. Hanno in comune il fatto che la loro comparsa o scomparsa è legata alle circostanze esterne. Prendiamo il caso di un uomo ossessionato dal desiderio di trovare qualcuno che lo ami (Avidità). Quando alla fine incontra davvero questa persona, si sente in estasi e realizzato (Paradiso). Con il passare del tempo, compaiono sulla scena dei rivali e lui è attanagliato dalla gelosia (Collera). Alla fine il suo senso del possesso allontana da lui la persona amata. Distrutto dalla disperazione (Inferno), sente che la vita ha perso ogni valore. In questo caso, per qualche tempo si passa da uno all’altro di questi sei sentieri senza neanche rendersi conto di essere dominati dalle proprie reazioni all’ambiente. Qualunque felicità o soddisfazione ottenuta in questi stati dipende totalmente dalle circostanze ed è quindi effimera e soggetta al mutamento. In questi sei mondi inferiori, noi basiamo la nostra intera felicità, e quindi la nostra stessa identità, su elementi esterni. I due stati successivi, Studio e Illuminazione Parziale, emergono quando ci rendiamo conto che tutto ciò che sperimentiamo nei sei sentieri è fugace, e iniziamo a cercare una verità duratura. Questi due stati, più i due successivi, Bodhisattva e Buddità, complessivamente vengono definiti i quattro mondi nobili. A differenza dei sei sentieri, che sono reazioni passive all’ambiente, questi quattro stati più elevati vengono ottenuti attraverso uno sforzo intenzionale.
Studio. In questo stato, cerchiamo la verità attraverso gli insegnamenti o le esperienze degli altri.
Illuminazione Parziale o Realizzazione. Questo stato è simile allo Studio, tranne per il fatto che cerchiamo la verità non attraverso gli insegnamenti di altri, ma attraverso la nostra stessa percezione diretta del mondo. Studio e Illuminazione Parziale sono chiamati i “due veicoli”. Avendo compreso la fugacità delle cose, le persone in questi stati hanno conquistato un livello di indipendenza e non sono più prigionieri delle proprie reazioni, come invece nei sei sentieri. Spesso, però, tendono a sentirsi superiori alle persone legate ai sei sentieri che non hanno ancora raggiunto questo livello di comprensione. In più, la loro ricerca della verità è principalmente orientata verso se stessi, quindi c’è un grande potenziale di egoismo in questi due stati, e le persone possono raggiungere una soddisfazione con i loro progressi senza scoprire il potenziale più alto della vita umana nel nono e decimo mondo.
Bodhisattva. I Bodhisattva sono coloro che aspirano a ottenere l’illuminazione e nello stesso tempo sono altrettanto determinate a mettere tutti gli altri esseri in grado di fare la stessa cosa. Consapevoli dei legami che ci uniscono a tutti gli altri, in questo stato ci rendiamo conto che qualunque felicità proviamo da soli è incompleta, e ci dedichiamo ad alleviare le sofferenze degli altri. Chi si trova in questo stato trova la maggiore soddisfazione in un comportamento altruistico. Gli stati dall’Inferno al Bodhisattva sono complessivamente chiamati “i nove mondi”. Questa espressione viene spesso usata in contrapposizione al decimo mondo, lo stato illuminato di Buddità.
Buddità. La Buddità è uno stato dinamico difficile da descrivere. Possiamo parzialmente descriverlo come uno stato di libertà perfetta, in cui siamo illuminati alla verità ultima della vita. È caratterizzato da una compassione infinita e da una saggezza sconfinata. In questo stato, possiamo trasformare armoniosamente ciò che dal punto di vista dei nove mondi appare come una contraddizione insolubile. Un sutra buddista descrive gli attributi della vita del Budda: un vero io, una libertà perfetta dai legami karmici per tutta l’eternità, una vita purificata dall’illusione, e una felicità assoluta. Inoltre, la condizione di Buddità viene fisicamente espresso nella Via del Bodhisattva o azioni di un Bodhisattva.
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